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LA CIVILTA’ DELLA PSICANALISI

Che cosa accade se una ricerca storica viene condotta con tecnica psicanalitica? Giancarlo Ricci, psicanalista e pubblicista, riscrive in questo modo la biografia di Freud. Ne risulta un’immagine originale della psicanalisi, per molti versi – e per molti motivi -, sconosciuta in Italia. Da leggere per sfuggire all’analfabetismo di ritorno imperante oggi in materia.

Nell’introduzione al suo libro "Le città di Freud" ( Ed. Jaca Book, Milano 1995) – audace e solitario di fronte alla diffusa omologazione e standardizzazione della letteratura psicanalitica odierna – Giancarlo Ricci dichiara al lettore il criterio guida del suo tour psicanalitico: raccontare il soggiorno di Freud in quaranta città, le più significative, presentate in ordine cronologico.

Lo schema del diario di viaggio, così rassicurante nel suggerire una corrispondenza tra spazi e tempi per una reperibilità lineare della storia, la scia trasparire, però, fin da subito una texture epistemologicamente molto più elaborata.

Luoghi di evento, più che di fatto, le città di Freud sono trattate come gli elementi del contenuto manifesto rispetto agli elementi del contenuto latente di un sogno: nodi che raggiungono la loro significazione solo attraverso un peregrinare di pensieri, di ricordi, di rimandi ai quali risulta impossibile assegnare confini cronologici o fisici. "I pensieri onirici che s’incontrano nell’interpretazione ( dei sogni, n.d.r.) sono anzi in genere costretti a rimanere inconclusi e a sfociare da ogni lato nell’intrico retiforme del nostro mondo intellettuale". ( L’interpretazione dei sogni )

Da principio Freiberg, il cui toponimo, "città libera", sembra maturare in Freud la consapevolezza e la necessità di esistere come "cittadino libero", tratto distintivo del suo destino: è il paese della Moravia, sua città natale. Qui abita per tre anni,: dal 1856 al 1859. Ma quanto si estende il periodo della "città libera" se, come registra attentamente Ricci, Freud, nella lettera al borgomastro di Pribor, scrive: " Di una cosa posso essere certo: profondamente, dentro di me, sotto molti strati continua pur sempre a vivere felice il bambino di Freiberg, il primogenito di una giovane madre, che da questa aria e da questa terra, ricevette le prime indelebili impressioni"? Freiberg 1856, Pribor 1931. Oltre gli avvenimenti, oltre perfino le vicende materiali che ne hanno cambiato il nome, Freiberg (Pribor), trasposta da più di settant’anni di dimenticanza, per Freud è ancora attuale.

Un esempio di come, sotto la penna di Ricci, ogni città divenga emblematica: sempre in bilico tra lo spunto biografico e l’esito teorico sul quale sfocia l’elaborazione che Freud ne fa.

Così la città natale viene rintracciata dall’autore nel saggio "Ricordi di copertura" del 1899: in esso egli descrive una scena avvenuta presumibilmente quando aveva tre anni d’età. Qui il ricordo, il titolo è rivelatore, si presenta come traccia di qualcosa che è avvenuto su un’altra scena; si piega alla vicenda del desiderio che lo anima e lo porta lontano dai "fatti". Il ricordo non è una registrazione, ma il prodotto di un’elaborazione, l’esito di un lavoro inconscio. Svincolato dalla nostalgia, costituisce l’occasione d’innumerevoli rifacimenti nei quali l’analisi insegna a riconoscere il proprio destino; nel momento in cui si compie. Destino senza fatalismo: attuale. Ecco: raccontare comporta essere scaraventati nell’attuale. Tra un passato con cui risulta impossibile riconciliarsi e l’urgere della pulsione che non dà tregua.

Questa reversione temporale, che restituisce il desiderio come appagato unicamente dalla sua stessa inesauribilità, è il lascito più autenticamente e irriducibilmente freudiano, il testimone che "Le città di Freud" sa ancora far viaggiare.

Girovagando: perché il percorso analitico non ha nulla di lineare. Non a caso il capitolo che porta questo titolo, così onomatopeico rispetto a quanto avviene effettivamente nell’esperienza d’analisi, tratta della formazione di Freud. E sfata un pregiudizio tenace: quello secondo cui la psicanalisi sarebbe il frutto dell’autoanalisi del suo inventore; un pregiudizio che trova alimento nell’accentuato solipsismo del momento storico presente e che dovrebbe far risuonare con un certo umorismo lo slogan che fa della nostra società la "società dell’informazione". Niente di più lontano dall’invenzione freudiana; una definizione che la lettura del libro di Ricci suggerisce potrebbe, infatti, essere la seguente: la psicanalisi è un’arte e una teoria dell’interlocuzione. Senza interlocutore niente analisi. Perché l’analisi comincia con l’interlocutore: uno, quand’anche psicanalista dichiarato, di per sé, non basta alla bisogna.

Tant’è che Freud elegge ad interlocutore Fliess, un medico berlinese, pure assai bizzarro, e a lui indirizza una stima, a conti fatti, piuttosto sovradimensionata rispetto alla sua statura scientifica.

Gli scrive così: " Sfortunatamente ho bisogno del tuo aiuto quale rappresentante dell’Altro e ho ancora sessanta fogli per te".

Fin dall’inizio l’analisi è più che una faccenda a due: altro che autoanalisi. E si annuncia già, da subito, la questione del transfert: altro che empatia.

Proprio in quanto sede del "rappresentante" dell’interlocutore, Berlino diventa il teatro della formazione, luogo di erranza, luogo psichico.

Annota Ricci: "Come città in cui risiede Fliess, Berlino rappresenta innanzitutto l’emblema di una preziosa interlocuzione che consente a Freud di poter esporre a qualcuno le proprie ricerche. In questo senso è la città immaginata come crocevia per altre mete, la tappa indispensabile per inoltrarsi in viaggi più lontani. E’ essenziale che Freud sappia che Fliess gli presta ascolto: per enunciare fantasie, materiale della propria storia, riflessioni teoriche, impressioni, stati d’animo apparentemente del tutto insignificanti. Questo di certo non poteva accadere nell’austera Vienna e neppure nella frivola Parigi dove, al contrario, doveva fare attenzione a come parlava. L’interlocuzione con Fliess, in un certo senso, è il terreno in cui lo stesso Freud, dinanzi al corso dei suoi pensieri, si attiene al metodo delle "libere associazioni". Nonostante la distanza teorica che li divide, lungo la relazione con Fliess si svolge quella che Octave Mannoni chiama ‘l’analisi originaria’ di Freud".

Mettere l’accento sull’esistenza di un interlocutore che abita nella parola, che solo in essa si può ritrovare come fonte di domande e di risposte, costringe Freud a prestare la propria storia alla propria ricerca; l’Altro, di cui c’è traccia nell’eco della parola, ha una funzione costitutiva nell’invenzione della psicanalisi. Solo in quest’alterità, in questa stranianza, accade di ritrovarsi: in quella condizione per cui, parlando, si dice più di quello che si sa. Non a caso, proprio in una delle lettere a Fliess, si trova la considerazione che, di tutto ciò, costituisce il compendio: "La mia autoanalisi rimane interrotta. Ora vedo il perché. Posso analizzare me stesso solo con le conoscenze obiettivamente acquistate (come se fossi un estraneo); l’autoanalisi è, in verità, impossibile, altrimenti non esisterebbe la malattia".

Le conseguenze sono duplici e incommensurabili, nei loro effetti, rispetto a quanto, prima dell’era freudiana, s’intendeva della questione psichica: da una parte, e siamo al merito, vanno riconosciuti al racconto dell’analizzante lo statuto e la dignità di una ricerca; dall’altro, e siamo al metodo, va rigorosamente rispettata la struttura dell’interlocuzione in cui tale racconto si dispiega.

Con la psicanalisi, e in particolare con l’introduzione della tecnica delle libere associazioni, la categoria medico-morale del "paziente" risulta assolutamente estranea alla dimensione psichica: chi intraprende un’analisi lo fa da una posizione attiva; lo fa perché ha qualcosa da dire. In un’urgenza che non ha proprio nulla a che spartire con la sopportazione: ed è votato a un’eccedenza quand’anche si presenti come mancante.

Per contro occorre che l’analista, credendo di dover dare una risposta, non trascuri la domanda. Il che non accadrà se ricorda che l’analizzante lo interpella come garante dell’interlocuzione: Altro restando l’interlocutore. In tutto ciò, il gioco lo conduce la parola. Di essa, e con essa soltanto, l’analista risponde: perché solo così l’analizzante potrà disporre di quanto già è a sua disposizione nelle sue domande; l’unica risposta che riconosca, in quanto è sicuro che lo riguarda.

Girovagando, in un’erranza strutturale per cui le associazioni risultano peregrine, futili rispetto ai criteri dell’autocoscienza, del buon senso e della comprensione, ma ricche di sapere inaspettato e di verità d’esperienza, il tragitto dell’analisi porta incalcolabilmente lontano. Ricci cita un verso di Goethe: "Non si giunge mai tanto oltre come quando non si sa più dove si vada".

E, davvero, in questo viaggio di Freud, che sempre più si configura come il transfert del suo percorso intellettuale, da Vienna, la Porta Orientis, al Mediterraneo, all’Altro continente – l’America e ancora all’Europa che, dopo il soggiorno nordamericano si presenta come una "Seconda Europa" rispetto a quella percorsa, come si è detto, negli anni della formazione, è l’urgenza di un’interlocuzione che fa da bussola e che disegna la rotta. Perciò la parabola di Freud si presenta, alternativamente e simultaneamente, come il prodotto di in confronto serrato e incessante, e di una solitudine innegoziabile.

L’approdo negli U.S.A. risulta, a riguardo, emblematico. Freud è chiamato da Stanley Hall, presidente della Clark University di Worcester, che in una lettera così motiva l’invito: "… noi riteniamo che in questo momento sia estremamente opportuna un’esposizione concisa dei suoi risultati e delle sue vedute che potrebbero in un certo senso contrassegnare un’epoca nella storia di questi studi nel nostro paese".

In queste poche righe, e soprattutto nella "esposizione concisa" il progetto è già evidente: alla psicanalisi, e a Freud, viene assicurato il riconoscimento istituzionale mancato in Europa in cambio di un’adozione tout court della pratica, cioè dell’inaugurazione di una psicanalisi all’americana. L’interesse, da subito, è strumentale più che scientifico. Il momento dell’impatto con ciò che risulta estraneo, differente, viene ridotto al minimo, quasi abolito dalla perentorietà di un’ "esposizione concisa", in favore di una rapida applicazione e di un contestuale, altrettanto rapido, adattamento.

Ma a Freud non interessa l’omologazione della propria invenzione: interessa la ricerca. Esige confronto, non pietisce compagnia. Sa fin troppo bene che, proprio perché avviene nel linguaggio, l’incontro non elimina il malinteso ma ne è scandito; come ogni seduta psicanalitica testimonia. Da qui la celebre frase pronunciata alla vista della Statua della Libertà: "Non sanno che portiamo loro la peste!"

Ricci fornisce un’interpretazione avvincente in merito: il puritanesimo e il pragmaticismo come forme della morale sessuale "civile", ovvero del pregiudizio antintellettuale americano, sono all’origine della negazione della dimensione inconscia della parola. E, senza inconscio, la psicanalisi è stata riproposta, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, su scala internazionale, come una tecnica terapeutica rientrante nel novero della psichiatria. Cosa tutt’altro che irrilevante, ciò è avvenuto tramite una massiccia opera di "adeguamento" e "adattamento" linguistico degli scritti di Freud; la portata significante dei termini freudiani, la ricchezza dovuta alla loro surdeterminazione – vero e proprio specchio della natura del materiale inconscio -, è stata sistematicamente depauperata in favore di un lessico rassicurante, orientato alla concretezza del significato. Così, ad esempio, "psiche" è diventato "mente" o "intelletto". Gli effetti di una simile operazione non sfuggono a Ricci che afferma: "Nulla di più facile per psichiatrizzare l’inconscio, che parlare, ad esempio di disagi "mentali" al posto dei disagi "psichici".

La logica dell’inconscio non può prescindere dalla sottigliezza linguistica, ne è anzi veicolata. La retorica propria al linguaggio impone di andare per il sottile; rende le cose difficili ed impone arguzia per venirne a capo evidenziando l’impossibile univocità della parola.

Non a caso Freud ha dedicato un lungo scritto al motto di spirito dimostrandone la strettissima relazione con l’inconscio: il motto, infatti, giocando sull’equivoco, cioè sull’eventualità di un altro senso, permette di dire quello che non si sarebbe mai detto: qualcosa di più, qualcosa di troppo, qualcosa d’Altro.

Se tale è la via dell’inconscio, per percorrerla occorre pagare un pedaggio: lasciare alla parola la libertà che si prende per portare a destinazione. In ciò si riassume l’ethos dell’analista, che consiste nel dare ascolto e che, proprio per questo, impegna in un lavoro di traduzione; in un confronto linguistico costitutivo all’atto di parola. E’ ancora Freud a dire qualcosa d’inedito a proposito quando, di fronte alla difficoltà presentata dalla traduzione in inglese de L’interpretazione dei sogni, constata che la peculiarità linguistica del sogno è tale da consigliare, più che una traduzione, una riscrittura. Come dire che il sogno, dal momento in cui lo si racconta, implica già una traduzione, anche se interna alla lingua stessa. La lingua ha costitutivamente qualcosa d’improprio, di pleonastico: è già straniera.

Eco il confronto che è la posta in gioco della dimensione psicanalitica. Ed anche la solitudine non romantica in cui il percorso analitico si svolge: non romantica in quanto non rispondente ad un ideale di comunicazione. La solitudine in cui s’incontra l’Altro.

Tra confronto e solitudine la psicanalisi incide il paradosso dell’insieme. E, certamente, della vicenda di Freud colpisce il fatto che la sua attenzione nei confronti delle associazioni, verrebbe da dire la sua fede in esse, non è mai venuta meno; si è, anzi, intensificata. Da metodo d’indagine degli inizi a struttura di diffusione della pratica psicanalitica, poi. Con una trasformazione peculiare del campo psicanalitico da una dimensione "individuale", dalla singolarità, ineliminabile, di una storia, al suo dispiegamento, alla sua apertura, al suo sbocco in altre storie; come se il movimento psicanalitico consistesse più nel concorso di esse che nella costituzione di un gruppo.

Risulta ancora preziosa, in proposito, la mobilità e la sagacia della ricerca di Ricci che rintraccia, in una lettera di Freud a Groddeck del 1924, la seguente frase: "… è difficile esercitare la psicanalisi da isolato: si tratta di una esperienza squisitamente collettiva". Accostiamoci quest’altra riflessione posta in apertura di Psicologia delle masse e analisi dell’io: "Nella vita psichica del singolo l’altro è regolarmente presente come modello, come oggetto, come soccorritore, come nemico, e pertanto, in quest’accezione più ampia ma indiscutibilmente legittima, la psicologia individuale è anche, fin dall’inizio, psicologia sociale".

Lungo questa direttrice, passando per città come Budapest e L’Aia dove si tengono, rispettivamente, nel 1918 e, soprattutto, nel 1920, due congressi con la presenza di inglesi, tedeschi, olandesi, americani, svizzeri, austriaci, ungheresi e polacchi, l’esplorazione freudiana trova nell’internazionalismo l’apertura indispensabile alla prosecuzione della ricerca; ma, allo stesso tempo, incontra, sempre più, l’etica dello psicanalista intesa come confronto con l’alterità del desiderio, quale motivo imprescindibile della pratica psicanalitica.

Nessun isolamento, dunque, se non come fantasma di elezione di fronte all’impersonalità del riconoscimento; e nessun associazionismo professionistico se non come fantasma di affiliazione, nell’anonimato del gruppo, di fronte all’incommensurabile dell’atto psicanalitico.

Ogni città una questione. Se questo è il motivo del tour psicanalitico di Ricci, quale nome assegnare alla Città ultima con cui termina Le città di Freud?

La si potrebbe chiamare Laienanalyse, Analisi laica. Così ci si ritroverebbe nella città-questione di oggi – tutta protesa a sostituire l’etica della psicanalisi con la morale dello psicofarmaco – a riprendere dove Freud ha lasciato quando, nel 1925, ad Innsbruck va in tribunale a "… cercare di spiegare che lo psicanalista non necessariamente deve essere medico". Ed è emblematico che, mentre testimonia a favore di Theodor Reik, accusato, appunto, di esercizio abusivo della professione medica, testimoni così per la libertà stessa della psicanalisi.