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FRONTIERE

Con la nozione di multimedialità della pratica analitica Germano Bellussi, avvocato, psicologo e psicoterapeuta, Presidente S.I.A.I., trasferisce sul piano della tecnica d’intervento il concetto fondante di multidimensionalità della parola in psicanalisi.

Con la riapertura del dibattito sulla psicanalisi forense riprende il percorso inaugurato da Freud in Totem e tabù. Percorso che, evidenziando la portata primariamente simbolica dell’agire umano, rende interpretabile anche la condotta delittuosa e può così conferire alla giustizia – assieme ad una più articolata analisi del reato – una funzione diversa dalla consacrazione psicopatologica del criminale.

La psicanalisi torna ad essere un tragitto di frontiera.

Molto tempo è trascorso da quando, sorpreso dall’audacia del suo stesso scritto Mosè e il monoteismo, Freud ne parlò come di una ballerina in equilibrio precario su di un piede. Oggi, più che mai, questa definizione sembra riguardare la psicanalisi intera: tanto la sua teoria quanto la sua pratica.

Della delicatezza, ma anche della dinamicità, del passo in cui la pratica psicanalitica si trova esposta, ora come nei suoi momenti inaugurali agli inizi del ‘900, Germano Bellussi compie una lucida rassegna con il suo libro più recente: Elementi di psicanalisi clinica e forense (Sapere Edizioni, Padova 1995).

Se, infatti, nella sua prefazione, l’autore ravvisa quasi con crudezza che "…la psicoanalisi vive oggi esperienze di perdita d’identità", non di meno trae da questa contingenza motivo per proporre nuovi terreni di confronto tra psicanalisi, psichiatria, psicologia clinica, medicina. Ne scaturisce una visione molto aperta all’apporto proveniente da settori diversi, in cui la differenza non serve più a tracciare confini segregativi tra discipline, ma funge da agente di trasformazione.

Certo, l’orizzonte resta freudiano; ma anche all’impianto classico della Metapsicologia non viene risparmiato dall’autore un lavoro di transfert, come quando egli confronta la nozione di psiche – o, meglio, di apparato psichico – con la dialettica rappresentazione – volontà elaborata dal filosofo Schopenhauer, le cui ascendenze in Freud non sono state ancora compiutamente indagate.

Un’esigenza, questa di far reagire differenti linee di ricerca, e di farle reagire su un piano fortemente connotato in senso intersettoriale, che trova nella nozione di multimedialità della pratica analitica un’originalità e un’attualità d’approccio di tutto rilievo. Seppure per vie assolutamente peculiari, secondo un’asse che, a detta dello stesso Bellussi, rimanda da Freud a Virel e viceversa, l’autore sembra proseguire la lezione di Lacan che, nella distinzione tra simbolico, immaginario e reale, ha indicato ad ogni analista le differenti dimensioni che attraversano la pratica di parola. E viene facile pensare che, se nel discorso isterico l’interpretazione giunge a dissolvere il sintomo perfino nel corpo, ciò sia dovuto proprio alla multimedialità in cui la pratica analitica, in quanto pratica di parola, si dispone.

Ancora si potrebbe proseguire, rintracciando ad esempio nel transfert freudiano – e in specie nel suo essere frontiera tra la parola e l’atto – il precursore della multimedialità evidenziata da Bellussi: ma forse ciò porterebbe troppo lontani e rischierebbe di "distorcere" il pensiero dell’autore che sta al lettore valutare dal vivo scorrendo le pagine degli Elementi di psicoanalisi clinica e forense.

Risulta infine difficile non sottolineare la parte del libro intitolata "Psicoanalisi forense". Qui l’autore riapre con notevole audacia un dibattito arenatosi ormai da troppi anni. Occorre infatti risalire fino al termine degli anni ’30 per ritrovare opere di psicanalisti – da ricordare, per tutte, Il delinquente e i suoi giudici di Alexander e Staub – che affrontino il tema approfondendo, in particolare, la funzione della psicanalisi in criminologia.

Rileggere tali opere lascia trasparire perché questo dibattito sia stato abbandonato e per quale ragione sia, come dicevo, impresa audace riprenderlo.

La riflessione psicanalitica, confrontandosi da sempre con la problematica della responsabilità e della colpa, ha messo in luce, infatti, la valenza profondamente simbolica dell’azione giudiziaria. Simbolica perché, potendo comportare la punizione, l’azione del giudice affonda le sue radici nello scenario edipico al quale per ciascuno si riconduce l’esperienza della giustizia e la funzione stessa della Legge. Ora, rendere conto della dimensione simbolica dell’agire umano, è compito e motivo stesso d’esistenza della psicanalisi.

Appare adesso, forse, più chiaro che riaprire il dibattito su psicanalisi e giustizia fino a dettare – come fa Bellussi – il profilo di una possibile psicanalisi forense, significa attribuire al diritto il compito di prendere in esame la dimensione simbolica del fatto: appunto perché quest’ultima è al diritto congruente e consustanziale. Ciò, ovviamente, non può evitare pesanti contraccolpi a una visione obiettivistica - come quella corrente – del diritto stesso.

Tanto più interessante, dunque, il contributo di Elementi di psicoanalisi clinica e forense nel suo delineare, accanto a una differente prospettiva della psicanalisi, anche una differente direttrice di sviluppo in campo giuridico.