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STRUMENTI DI BORDO

Che la pratica analitica non si riassuma nel canone, e ancor meno nel novero, delle professioni è un dato di fatto sottolineato dalla sua storia. Storia risoltasi, quando si è trattato di avanzamenti e di innovazioni, non in una crescente aggregazione, ma in una diaspora. Impiegando il termine "movimento" nella prima, breve, storia della psicanalisi, intitolata, appunto, "Per la storia del movimento psicanalitico", Freud ne ha condensato il limite e la forza: limite all’ufficiatura e forza all’invenzione di un sapere come effetto inconscio. Ne risulta evidenziata la condizione di debutto di cui, nel movimento psicanalitico, si tratta. In questa rubrica proponiamo materiali utili a supportarla.

 

La professione di psicoanalista
M.A. Trasforini
Bollati Boringhieri – Torino 1991

Primo studio del genere, il saggio della sociologa M.A. Trasforini traccia il profilo dello psicanalista italiano. Lo insegue con questionari ed interviste circostanziate nel suo studio e negli istituti di formazione; ma censisce anche tendenze e posizioni presenti in uno spazio culturale più vasto e meno istituzionalizzato.

Consapevole che la psicanalisi è una realtà intellettuale della nostra epoca più che l’ultimo arrivo nella lista delle nuove professionalità, la considera come indice di un ampio processo di valorizzazione sociale dei beni immateriali oggi in atto. Fare un’analisi dunque, come occasione per raggiungere la qualità della vita che, proprio in quanto va oltre la soddisfazione dei bisogni e l’affermazione dei diritti elementari, è indispensabile al vivere nelle società complesse. Un modo nuovo e indubbiamente interessante di considerare la questione psicanalitica.

Il volume autorizza, tuttavia, altre letture,: poco prospettiche e molto statistiche. Certo non gli renderebbe giustizia quella più facile e tranquillizzante: vedere nell’approdo dello psicanalista al professionismo l’abolizione della salutare inquietudine che, dai tempi di Freud, ne accompagna l’operare. Avremmo un professionista in più e un po’ di libertà in meno.

 

Anatomia della dipendenza
Takeo Doi
Raffaello Cortina Editore – Milano 1991

Libro del 1971, "Anatomia della dipendenza. Un’interpretazione del comportamento sociale dei giapponesi" è stato tradotto nel 1991. Scritto originale di psicanalisi "comparata", la mostra all’opera in una dimensione culturale molto diversa da quella occidentale in cui essa è nata.

Test prezioso, non tanto per verificare l’universalità dei principi freudiani, quanto per sottolineare che l’esperienza dell’inconscio nasce e trova la sua legittimazione dal confronto con un’altra lingua, con un’altra cultura. Se psicanalizzare significa infatti trovare la modalità di ascolto propria di ciascun caso, il volume di Takeo Doi costituisce un’occasione in più per capire la lezione che il paese del Sol Levante sta tenendo, a vari livelli, sulla scena mondiale.

Immune dall’esotismo che trasforma il caso giapponese nel fenomeno giallo, il saggio dello psicanalista nipponico ci presenta un Giappone che egli stesso scopre per la prima volta e concorre ad ampliare i confini della psicanalisi su temi nodali come l’amore, la sessualità e la psicologia del collettivo.

Un’occasione per constatare che la cultura è una formazione dell’inconscio e per riflettere su quale vantaggio, in termini di efficacia terapeutica e di perspicacia clinica, una psicanalisi di ciò consapevole offra a se stessa e a chi se ne avvale.

Un motivo in più di distanza dall’isolamento che un’impostazione sanitaria assicura all’una e agli altri.